“La Tua Tzedaqah è come i monti più alti, la Tua giustizia raggiunge il profondo degli abissi: uomo e animale Tu salvi H.” (Tehillim 36,7). Recitiamo questo versetto insieme ad altri al termine dell’ultima Tefillah, ovvero Minchah, di ogni Shabbat. Per quale ragione? A cosa ci vuole richiamare?
Percorrendo ieri mattina il Viale dei Fori Imperiali e scorgendo i ritrovamenti che l’archeologia ci ha messo a disposizione negli ultimi anni mi sono ricordato di come il Midrash Rabbà alla Parashah di oggi commenti il nostro versetto. Si narra di quando R. Yehoshua’ ben Levì visitò la Roma imperiale. Vedendo le colonne di marmo ricoperte di tappeti pregiati per proteggerle dal caldo d’estate e dal freddo d’inverno esclamò: “La Tua Tzedaqah è come i monti più alti: quando Tu H. dispensi il bene, lo fai fino in fondo”. Ma allorchè poco dopo, percorrendo la Via Sacra, si imbattè in un povero vecchio vestito solo di canne, continuò dicendo: “la Tua giustizia raggiunge il profondo degli abissi: anche quando punisci, lo fai fino in fondo!”.
A cosa allude invece la terza parte del versetto, in cui si afferma che l’uomo e l’animale sono sullo stesso piano davanti a H.? Il Midrash insiste molto sul fatto che l’animale non è necessariamente a un livello inferiore rispetto all’uomo. In più istanze la Torah addirittura ricompensa l’animale per buone azioni che ha commesso, facendo dire ai Maestri che H. non nega a nessuna creatura il premio che le spetta. Il fatto che la carne non kasher debba essere data al cane (Shemot 22,30 e Rashì ad loc.), per esempio, costituisce una ricompensa per il fatto che quando uscimmo dall’Egitto nessun cane latrò (Shemot 11,7). Il riscatto del primogenito dell’asino, unico animale non kasher a beneficiare di questa Mitzwah, è dovuto al fatto che questi animali aiutarono gli Ebrei a trasportare la loro soma (Shemot 13,13 e Rashì ad loc.). In una parola l’animale, non avendo la razionalità, non commette trasgressioni e in questo è persino superiore all’essere umano.
Esiste una Mitzwah relativa all’animale che ha un parallelo con un’altra Mitzwah relativa all’uomo. Se ne parla proprio nella Parashah odierna. Come il bambino non può essere sottoposto al Berit Milah prima dell’ottavo giorno, così nessun animale può essere offerto in sacrificio prima dell’ottavo giorno (Wayqrà 22,27). Uomo e animale si trovano così sullo stesso piano per quanto riguarda il progetto salvifico di H.
Perché attendere otto giorni in entrambi i casi? Il Midrash lo spiega. Perché quando si entra in casa d’altri, la prima cosa da fare è… salutare la signora. E la signora in questione è lo Shabbat, parola che solitamente in ebraico è di genere femminile. Quando un nuovo essere umano o animale viene al mondo, prima di essere destinato alla Mitzwah che lo attende occorre che sia trascorso uno Shabbat, cosa di cui siamo sicuri solo se attendiamo otto giorni. Da qui l’importanza di osservare lo Shabbat: più di quanto il popolo ebraico abbia mantenuto in vita lo Shabbat, lo Shabbat ha mantenuto in vita il popolo ebraico.
Lo Shabbat è al centro della Parashah odierna per aspetti molto più espliciti. Nell’ultima chiamata abbiamo letto la prescrizione relativa al lechem ha-panim, il pane della presentazione che veniva offerto al S.B. e rimaneva esposto sulla Tavola del Bet ha-Miqdash per una settimana (nessun problema di freschezza: era Matzah!). In che giorno il vecchio veniva sostituito con il nuovo? Be-yom ha-Shabbat, be-yom ha-Shabbat, dice il versetto (Wayqrà 24,8). A sottolineare come i nostri guadagni materiali che il pane rappresenta devono appunto essere messi al servizio della qedushah che il Bet ha-Miqdash rappresenta (qedushah dello spazio) e che lo Shabbat rappresenta (qedushah nel tempo).
Ma è soprattutto la parte centrale della Parashah ad attirare la ns. attenzione. Come è noto, in essa si parla dei Mo’adim, le festività annuali. Ma la sequela dei Mo’adim è introdotta da un rammento sulla Mitzwah di osservare Shabbat: “per sei giorni sarà fatta ogni Melakhah e il settimo giorno sarà Shabbat Shabbaton, giorno di sacra proclamazione, non farete alcuna Melakhah, Shabbat sarà per H. in tutte le vs. residenze” (Wayqrà 23,3). Cosa c’entra lo Shabbat con i Mo’adim?
Ho udito recentemente una spiegazione che voglio qui riportare, a nome del Gaon di Vilna. Lo Shabbat di quel versetto non si riferisce allo Shabbat settimanale e così pure il riferimento ai sei giorni della settimana ha un altro senso. A ben vedere, i giorni di Mo’ed annuali secondo la Torah sono appunto sei, se si esclude Yom Kippur: Rosh ha-Shanah, il primo giorno di Sukkot, Sheminì ‘Atzeret, il primo e il settimo giorno di Pessach, Shavu’ot. In queste feste almeno una Melakhah è esplicitamente consentita ed è la preparazione del cibo. Per questo la Torah proibisce in essi solo la Melekhet ‘Avodah, usando una locuzione limitativa. Solo a proposito di Yom Kippur si parla di divieto di Melakhah tout court. Perché Yom Kippur è chiamato Shabbat Shabbaton e in esso sono effettivamente proibite tutte le Melakhot come di Shabbat. Yom Kippur sta agli altri sei giorni annuali di Mo’ed come lo Shabbat sta agli altri sei giorni di ogni settimana. Se persino le feste hanno il loro Shabbat, capiamo quanto sia importante lo Shabbat rispetto ai giorni lavorativi. Come dice il Talmud, lo Shabbat è un dono inestimabile che D. ha tenuto il serbo per il popolo ebraico. Facciamolo nostro! Shabbat Shalom.
