Davide Cavaliere – L’Informale – 24 giugno 2026
Carlo Ginzburg, deceduto il 17 giugno a 87 anni, era sicuramente uno storico di talento. Questo, tuttavia, non gli ha impedito, da sinistra, dove si era collocato in modo quasi irriflessivo, di prendere delle posizioni pubbliche a dir poco discutibili, che rivelavano, al di là della competenza disciplinare, una notevole superficialità politica. Non si trattava di ingenuità: Ginzburg ha sempre avuto una postura apertamente antisionista, analoga a quella dell’accademico israeliano Amnon Raz-Krakotzkin, sostenitore come Ilan Pappé di uno «Stato binazionale» — eufemismo con cui si designa la liquidazione di Israele come focolare nazionale ebraico.
Nella prefazione al libro più importante di Raz-Krakotzkin, Exil et souveraineté (La Fabrique, 2007), Ginzburg elogiò lo studioso israeliano per la sua lotta contro il «messianismo secolarizzato del sionismo». Era il 2007: quella prefazione è la chiave di lettura di tutto ciò che è venuto dopo.
Nel febbraio del 2025, il suo nome comparve, insieme a quelli di Gad Lerner, Roberto Saviano, Anna Foa, Siegmund Ginzberg ed Helena Janeczek, in calce a un imbarazzante appello promosso da «Laboratorio Ebraico Antirazzista» e «Voci ebraiche per la pace», per denunciare la presunta «pulizia etnica» praticata da Israele a Gaza e in Giudea e Samaria. L’appello venne pubblicato il giorno dei funerali dei fratellini Bibas — bambini veri, non i combattenti di 17 anni che la propaganda di Hamas spaccia per bambini — strangolati a mani nude dagli jihadisti dopo essere stati tratti a Gaza con la loro madre, Shiri, e accolti da una folla di «civili palestinesi» in festante euforia omicida.
Il 23 ottobre 2025, a Milano, in occasione del centesimo anniversario della fondazione della Hebrew University di Gerusalemme, Ginzburg tenne un discorso intitolato «Il vincolo della vergogna». Dopo una blanda e rituale condanna della strage del 7 ottobre — questa sì, carica di intenti genocidari — passò rapidamente a una feroce critica alla «risposta criminale, accompagnata da stragi di civili, adulti e bambini, costretti alla fame, decisa da Netanyahu» a Gaza. Sulla questione del genocidio, terreno scivoloso anche per chi è abituato a maneggiare i concetti con rigore, scelse di non pronunciarsi in proprio, preferendo rifugiarsi dietro le parole di Tatiana Bucci, 88 anni, sopravvissuta ad Auschwitz: «È un massacro. Lo vuole chiamare genocidio? Cosa cambia? Non vi colgo alcuna differenza».
È quantomeno curioso che Ginzburg, celatosi dietro le parole della Bucci, non concepisca alcuna differenza tra «massacro» e «genocidio». Ma il gesto ha una sua logica: attribuire a una sopravvissuta l’equiparazione tra massacro e genocidio lo metteva al riparo da critiche dirette. Ma la reticenza è già una posizione. Uno storico che cita senza confutare, e che sceglie quella citazione, in quel contesto, sta implicitamente avallando ciò che cita. Se Ginzburg avesse ritenuto la distinzione concettuale rilevante, avrebbe avuto tutti gli strumenti per dirlo. Non lo ha fatto. Ne consegue che ogni uccisione di un alto numero di uomini sia qualificabile come «genocidio» e ogni «genocidio» non sia altro che un mero massacro di uomini, senza tener troppo conto di metodi e intenzioni. Viene il sospetto che questa diluizione del concetto di «genocidio» sia funzionale alla demonizzazione di Israele, a cui Ginzburg ha contribuito attivamente denunciando i presunti «orrori» commessi da Tsahal.
Ginzburg è stato il classico ebreo diasporico dalla «buona coscienza»: se avesse trascorso qualche settimana a Sderot tra il 2007 e il 2008, quando piovevano più di venti missili al giorno, forse avrebbe compreso meglio gli israeliani. A differenza di George Steiner, altro grande ebreo della diaspora, non ebbe nemmeno l’umiltà di riconoscere che per le sue posizioni Israele avrebbe avuto il diritto di «prendermi a schiaffi».
https://www.linformale.eu/quando-il-rigore-dello-storico-diventa–conformismo-ideologico/
