“Giudici e ufficiali porrai per te in tutte le tue porte”. Non dice “per voi”, ma “per te”. Perché ognuno porta dentro un tribunale invisibile. Gli occhi, le orecchie, la bocca, il cuore: ognuno è una porta che lascia entrare e uscire parole, immagini, emozioni. La Torah ci chiede di nominare dentro di noi giudici e poliziotti che sappiano custodire queste porte, e decidere con onestà cosa far passare e cosa trattenere. I giudici sono la nostra bilancia decisionale interiore, la capacità di distinguere il bene dal male con lucidità; i poliziotti sono invece la forza di volontà che ci permette di mantenere quella decisione e di applicarla nella pratica, senza lasciarla svanire tra le intenzioni.
Subito dopo leggiamo: “Tzedek, tzedek tirdof – Giustizia, giustizia perseguirai”. Il doppio tzedek ci parla di due livelli: la giustizia esterna e la giustizia interiore. Non basta pretendere regole dagli altri, bisogna essere giusti anche nel cuore, non barattare la verità con i nostri interessi. La Ghemarà insegna: “Kol haposel, bemumò posel – chi disprezza/squalifica il prossimo, lo fa con il difetto che gli appartiene” (Kiddushin 70b). Il giudice interiore che si lascia corrompere non solo inganna sé stesso, ma proietta la sua falsità sugli altri. Invece di vedere i propri limiti, li attribuisce agli altri. Ed ecco l’avvertimento: “Non prendere shochad-corruzione”. Shochad non è solo la bustarella dei tribunali. È ogni vantaggio, anche minimo, che offusca la chiarezza del giudizio come evidente in Ketubot 105b: addirittura ogni Tzaddik completo che accettasse Shochad non lascerà questo mondo senza divenire stolto (si usa il termine Teruf Daat, letteralmente sbranare, fare a brandelli la propria conoscenza).
Come spiega un altro passo del Talmud: L’uomo non commette una trasgressione se non quando entra in lui uno spirito di stupidità (Sotà 3a). Nei tribunali interiori, shochad diventa l’arte di giustificarci: “Non è grave… lo faccio per una buona causa”. È la corruzione più sottile: trasformare un errore in merito, un peccato in mitzvà. I Maestri lo chiamano mitzvà haba’ah ba’averà – quando una trasgressione si maschera da atto santo. È la più grande corruzione: perdere l’onestà davanti ad Hashem, recitare a noi stessi una commedia di giustificazioni. I Maestri in Bava Metzia insegnano che perfino un piccolo favore, o un semplice saluto ricevuto, può cambiare il nostro giudizio su un’altra persona. Se di solito qualcuno non ci saluta, e improvvisamente ci rivolge un sorriso, subito dentro di noi cambia qualcosa: iniziamo a giudicarlo con più indulgenza. Allo stesso modo, un torto ricevuto ci spinge a vedere il male anche dove non c’è, a ostacolare, a creare difficoltà a quella persona.
Se questo vale tra persone, quanto di più nel rapporto con noi stessi: quando un piacere ci attrae, il nostro giudizio diventa immediatamente di parte. E allora succede che preferiamo dormire un po’ di più, e subito la coscienza si corrompe: “Così avrò più kavanà nella tefillà.” O ancora: “Se Shabbat non fumo, divento nervoso, meglio fumare per essere felice di Shabbat” e così tanti esempi. Non importa l’esempio: il meccanismo è sempre lo stesso. La nostra coscienza si lascia corrompere da un piccolo shochad, inventa narrazioni eleganti, e trasforma un comodo compromesso in un atto devoto. “Il dono acceca persino gli occhi dei saggi”. Persino il più grande dei giudici rischia di perdere lucidità davanti a un piccolo vantaggio. E se questo vale per i saggi, quanto più per noi, che ogni giorno siamo tentati di diventare avvocati delle nostre stesse passioni.
Ma la Torah ci chiede un’altra strada. Tzedek, tzedek tirdof. La giustizia ripetuta due volte ci ricorda che bisogna essere giusti non solo nelle azioni, ma anche nelle intenzioni. Giustizia fuori e giustizia dentro. Onestà con gli altri e onestà con Dio. Lo Shochad, spiegano i maestri, diventa achad, “uno solo” con chi lo riceve. L’uomo che si lascia corrompere smette di distinguersi dalla menzogna, diventa tutt’uno con essa. Il compito del nostro Bet Din interiore è allora mantenere la distanza dalla falsità, non fondersi con essa. I Maestri ci insegnano che la vera libertà nasce dall’autodisciplina. Non dal fare ciò che si vuole, ma dal non vendersi per un piccolo tornaconto. Perché chi si lascia corrompere dalle sue stesse giustificazioni, non è più libero. È schiavo del proprio shochad. Non a caso leggiamo Shoftim sempre all’inizio di Elul, il mese del risveglio e della teshuvà. Perché Elul è proprio questo: nominare giudici e poliziotti dentro di noi. Imparare a non lasciarci corrompere dalle scuse, smettere di trasformare l’errore in merito, riconoscere i nostri limiti senza travestirli da virtù. I Yamim Noraim ci chiedono onestà. Non perfezione, ma verità. Hashem non vuole attori che recitano giustificazioni, ma figli che si presentano con cuore sincero.
E allora Elul è il tempo di smascherare il nostro shochad, di togliere alibi e maschere, di guardarci nello specchio con limpidezza. Se lo faremo, allora tzedek, tzedek tirdof non sarà solo un verso, ma una strada. La strada che porta ad una vita libera, trasparente, vera. La strada che porta a Rosh Hashanah con il cuore pronto, senza corruzione e senza alibi, davanti al Giudice dei giudici che vede tutto e che, proprio per questo, ci accoglie con misericordia.
Shabbat Shalom