Un concetto risaputo è come i nostri interessi personali possano rappresentare un ostacolo per la nostra capacità di vedere chiaramente i fatti che abbiamo davanti ai nostri occhi e, quindi, offuscano la nostra capacità di giudizio limpido. Questa fondamentale lezione di vita è accennata all’inizio della Parashà di questa settimana, la Parashà di Shofetim (Devarim 16:18-21:9), nella quale leggiamo : “Non giudicherai ingiustamente; non userai parzialità; non accetterai regali, perché i regali accecano gli occhi dei saggi e turbano la causa dei giusti“. (Devarim 16:19)
La Torà istruisce i giudici su come gestire le proprie responsabilità professionali. Che applicazione ha questo nella vita della stragrande maggioranza delle persone, che non sono giudici professionisti? Rav Israel Salanter, influente studioso rabbinico e perspicace critico sociale, fondatore dell’importante scuola di pensiero etico del XIX secolo nota come Movimento del Mussar, si pone questa stessa domanda. La sua risposta, che possiamo applicare anche oggi con termini contemporanei è la seguente:
“Tutti noi siamo giudici. Potremmo non essere studiosi di diritto laureati a pieni voti, o giudici di un Bet Din con indosso abiti rabbinici. Potremmo non essere stati nominati dalla Comunità per dirimere le controversie tra querelanti e imputati. Potremmo non essere qualificati per giudicare coloro che sono accusati di crimini o peccati. Nonostante questo la realtà è che siamo tutti giudici, perché tutti affrontiamo spesso situazioni che richiedono decisioni personali da parte nostra. Affrontiamo tali situazioni innumerevoli volte ogni giorno. Un giudice non è altro che una persona che deve decidere. In questo senso, siamo tutti giudici e dobbiamo tutti essere guidati dalle direttive che la Torà impartisce alla magistratura professionale”.
Seguendo questa linea di pensiero, dobbiamo tutti stare attenti a non accettare tangenti, perché le tangenti ci impediranno di vedere i fatti che dobbiamo conoscere per prendere decisioni moralmente e praticamente efficaci. Ma quali sono le tangenti che minacciano di minare la nostra obiettività nella vita quotidiana? Di certo non ci imbattiamo in loschi figuri che ci sorprendono con buste piene di soldi, cercando di influenzare le numerose decisioni che ci si presentano di momento in un determinato momento nel corso della nostra routine quotidiana.
Anche in questo caso, è Rav Salanter a suggerirci una risposta, basata sulle sue profonde intuizioni sulla psiche umana:
“C’è una forza dentro di noi difficile da dominare chiamata interesse personale. Questa forza ci spinge con forza a cercare principalmente il nostro benessere, a procrastinare, a trovare scuse per non agire, a evitare il rischio e a fuggire per quanto possibile le sfide. Tutti noi tendiamo a preferire e a scegliere la via più facile. Questa forza interiore è la “corruzione”, in senso lato, di cui parla la Torà, perché acceca la nostra capacità di vedere i fatti come sono realmente. Preferiamo scegliere il comfort materiale rispetto all’azione eticamente corretta e siamo tentati dalla promessa di una gratificazione immediata invece che dalla strada potenzialmente più difficile che però potrebbe produrre risultati migliori a lungo termine”. Questo è uno dei modi in cui Rav Salanter definisce lo yetzer harà, l'”inclinazione al male” di cui parlano i Chachamim. Secondo questa spiegazione per Rav Salanter, questo yetzer harà non è raffigurabile, come spesso viene fatto dall’iconografia tradizionale, come un demone, né Satana, né qualche altra personificazione del male. Piuttosto, è una componente normale insita nella natura umana, contro cui siamo tutti chiamati a lottare. Fa parte della nostra condizione esistenziale.
Quel losco figuro con la bustarella piena di soldi che rappresenta la corruzione è in realtà qualcosa di ben presente dentro ognuno di noi. Si tratta di quella forza che spinge a reprimere la nostra inclinazione verso una morale corretta e a negare la sublimità delle nostre anime. Ci persuade ad accontentarci e ad abbassare gli standard a livelli talmente bassi da esser talvolta pericolosi, ci spinge ad ignorare la nostra coscienza. Frustra il nostro idealismo donatoci da D-o per arrivare a deridere i nostri valori e i nostri ideali.
Rav Reggio propone un commento molto simile a quello portato da Rav Salanter, basato anch’esso sulla natura umana: “È nella natura dell’anima umana inclinarsi a favore di chi ha corrotto, e questa è un’inclinazione del cuore. Il portatore dell’anima [l’essere umano] non lo capisce, ma il Creatore delle anime [D-o] sa che la corruzione corrompe l’occhio del cuore, e qui potremmo ancora commettere un errore, leggendo questo versetto, e sostenere che la corruzione accecherà gli occhi di un uomo saggio se questi non è astuto, ma se il giudice saggio è davvero un uomo di grande comprensione e intelligenza, la corruzione non avrà alcun effetto su di lui. Proprio per evitare questo ragionamento, la torà in questo versetto scrive e specifica che la corruzione acceca gli uomini astuti, e questo è necessario per insegnarci che questo avvertimento è valido anche per un giudice saggio e astuto”.
La gravità nell’accettare la corruzione è ben sintetizzata nel Talmud: I Chachamim nel trattato di Ketubbot sezionano la parola shòchad (corruzione) in shehù chad (che è una cosa sola), a significare che una volta accettata una tangente, chi la dà e chi la riceve diventano una cosa sola.
Come possiamo combattere questo tipo di “corruzione”? Anche in questo caso è utile leggere quello che scrive Rav Salanter e i suoi suggerimenti a questo proposito, tra cui uno studio approfondito delle opere etiche tradizionali ebraiche, l’introspezione, l’umiltà e l’autodisciplina.
Esiste però un altro tipo di risorsa che forse è più facilmente accessibile alla maggior parte di noi, una risorsa che è sintetizzata in questo familiare insegnamento di uno dei nostri Chachamim: “Yehoshua ben Perachya diceva: Trovati un maestro e acquisisci un compagno…” (Pirké Avot I:6).
Troppo spesso, soprattutto oggigiorno in cui la società ci spinge a esercitare la nostra autonomia morale, prendiamo decisioni senza consultare gli altri, senza almeno sentire il parere di qualcuno che possa fornirci uno sguardo esterno e magari più neutro rispetto al nostro. Siamo restii a cercare il consiglio di uomini più saggi e non ascoltiamo il loro consiglio, anche quando lo cerchiamo. Siamo riluttanti a discutere le nostre decisioni con amici, pari e colleghi. Evitiamo coloro nella nostra cerchia che potrebbero fungere da mentori, e la nostra competitività ci impedisce di chiedere consiglio ad altri che hanno affrontato i nostri stessi dilemmi.
Shlomò haMelech, il più saggio degli uomini, ci consiglia: “uteshuà berov yoetz'”, “La salvezza arriva con molte consultazioni”. (Proverbi 11:14) Proprio come abbiamo uno yetzer harà, un’inclinazione al male, abbiamo anche uno yetzer tov, un’inclinazione al bene. Questa inclinazione al bene ci spinge a cercare la compagnia di altri esseri umani, a scegliere Maestri, Guide e Giudici che siano saggi ed incorruttibili. Possiamo discutere e chiedere il loro parere a coloro che ci circondano e che possono vedere in modo più obiettivo di quanto potremmo fare noi da soli. Lamentarci di quanto le cose vadano male, di quanto corrotta e malata possa essere la società, serve ad indicare il problema ma non a risolverlo. Lo sviluppo di una società giusta, della capacità di prendere decisioni giuste consultando le persone che possono dare i consigli più saggi e più pertinenti parte da ognuno di noi, dallo sviluppo delle nostre capacità al meglio del nostro potenziale e dal riconoscere le qualità del prossimo. Questa è la strada per prendere decisioni sagge, sia nella sfera morale che in quella pratica, sia a livello di singola persona che a livello globale.