Sharon Nizza – Dal profilo Facebook (non editato, ma autorizzato)
Del dibattito della giornata sul conciso appello di stamane nella foto (uscito in concomitanza con i funerali della famiglia Bibas), mi interessa una cosa: perché i firmatari si definiscono “ebree ed ebrei italiani”? Riporta l’Huffington Post: “In meno di una settimana sono arrivate le firme, anche di persone esterne alle comunità, di ebrei e non ebrei“. Se è così, allora perché chiamare l’appello proprio “ebree ed ebrei”? Poteva essere un appello di “intellettuali”, di “esseri umani”, di “ebree ed ebrei e non ebree e non ebrei” etc.? Anche perché in un appello di 8 righe ha un peso determinante nel messaggio, in cui ogni parola conta, e poi è persino in un font più grande di quella che è la parte argomentativa dell’appello.
Volerlo attribuire proprio a degli “ebrei/e” era probabilmente più attraente come Pr (comprovato dal dibattito scaturitone, che evidenzia proprio l’elemento presunta “spaccatura” delle comunità ebraiche). Ma soprattutto è l’evidente tentativo di distinguersi come “gli ebrei buoni”, “morali”, automaticamente delegittimando gli altri “ebrei/e” (mi sento chiamata in causa), che sarebbero a favore della “pulizia etnica” (sia a Gaza che in Cisgiordania, deduco, ma non è specificato).
Senza entrare nel merito di un dibattito molto più approfondito (principalmente giuridico) sull’utilizzo del termine “pulizia etnica” – come non vi entrano le 8 righe dell’appello – voglio rassicurare: anche io sono un’ebrea italiana e non sono a favore della “pulizia etnica” dei palestinesi.
Rispetto all’appello do qualche elemento in più su cui baso la mia lettura degli eventi in corso – che peraltro non è nemmeno un segreto di stato, gli intensivi movimenti tra Riad, DC, Gerusalemme, Cairo, Amman, Doha, Manama (forse anche Mosca?) di questi giorni ci indicano che qui si sta discutendo della possibilità che i Paesi arabi, con la supervisione diretta degli USA, finalmente si impegnino per ottenere la resa formale di Hamas a stretto giro e, nel lungo termine, siano coinvolti nel massiccio e oneroso programma di deradicalizzazione necessario a Gaza a partire proprio dai testi scolastici – in aggiunta ovviamente a una ricostruzione dignitosa della Striscia che richiede, oltre all’evacuazione delle tonnellate di macerie causate dall’Idf, anche un complesso lavoro sulle fondamenta traforate dai tunnel di Hamas. Se questi due obiettivi andassero ora in porto, sarebbe una svolta storica.
Anche il fatto che, notizia di questa notte, i corpi degli ultimi 4 ostaggi israeliani inclusi nella prima fase dell’accordo siano stati consegnati a Israele senza lo show di Hamas, ma in sordina e in anticipo rispetto alla data prevista, indica un evidente cambio nel livello di pressione che stanno esercitando i paesi mediatori arabi su quello che rimane di Hamas.
Tornando all’appello di oggi: mi riporta per la seconda volta in un mese, l’altra volta dopo l’attacco al Rabbino Capo di Milano:
https://www.facebook.com/share/p/17ZoLdsLs1/
a quanto scritto sul problema delle “parole malate” da Rosellina Balbi nel suo fondamentale articolo per La Repubblica “Davide discolpati”, pubblicato il 6 luglio 1982, ossia dieci giorni dopo che, durante un corteo sindacale, venne posta una bara di fronte alla Sinagoga di Roma. Quattro mesi dopo sarebbe avvenuto l’attentato di fronte a quella stessa Sinagoga, in cui rimase ucciso il bambino ebreo Stefano Gaj Taché .
Ad aggiungersi alla sensazione di clima già vissuto: il 16 giugno 1982 era uscito, sempre su Repubblica, l’appello “Perché Israele si ritiri” dei “democratici ed ebrei”, nell’ambito della guerra Israele-Olp in Libano.
E se dobbiamo parlare nel linguaggio degli appelli, in questo momento storico, da ebrea e non, l’appello che firmerei è per chiedere “la resa incondizionata di Hamas”.
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