Yitrò, suocero di Moshè, quando venne a sapere quello che il Signore aveva fatto al Mar Rosso e ad ‘Amalek, partì da Midian per andare all’accampamento degli israeliti nel Sinai. Arrivato là vide che “Il giorno seguente Moshè si sedette per amministrare la giustizia al popolo, e il popolo rimase intorno a Moshè dalla mattina alla sera. Quando il suocero di Moshè vide quello che egli faceva per il popolo, disse: Che cosa fai con il popolo? Perché siedi solo, e tutto il popolo ti sta attorno dalla mattina alla sera? […]. Quello che fai non va bene. Ti esaurirai certamente e stancherai anche questo popolo che è con te; perché questo compito è troppo pesante per te; tu non puoi farcela da solo. Ascolta la mia voce; io ti darò un consiglio, e Dio sia con te: sii tu il rappresentante del popolo davanti a Dio, e porta a Dio le loro cause. Insegna loro i decreti e le leggi, mostra loro la via da seguire e quello che devono fare; ma scegli fra tutto il popolo degli uomini ragguardevoli (anshè chayil} e timorati di Dio: degli uomini fidati, che detestino il guadagno illecito; e stabiliscili sul popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi dovranno amministrare la giustizia al popolo in ogni circostanza. Essi riferiscano a te ogni grande questione, ma ogni piccola questione la decidano loro […]. Moshè scelse fra tutto Israele degli uomini ragguardevoli e li stabilì capi del popolo: capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Questi amministravano la giustizia al popolo in ogni tempo; le cause difficili le segnalavano a Moshè, ma le questioni facili le decidevano loro (Shemòt, 18:13-26).
R. Joseph Pacifici (Firenze, 1928-2021, Modiin Illit) in Hearot ve-He’arot (p.87) osserva che dopo aver delegato le funzioni giudiziarie a tante persone, rimaneva ben poco da fare a Moshè perché di questioni di difficile soluzione non ne sarebbero rimaste molte. Così Moshè poté concentrarsi nella leadership del popolo e nell’impartire insegnamenti agli individui.
Rashi (Troyes, 1040-1105) spiega che l’espressione “anshè chayil”, qui tradotta con “ragguardevoli”, significa “uomini ricchi”. R. Pacifici osserva che è più importante avere dei giudici che conoscono le leggi (oggi si direbbe che conoscono il Talmud e lo Shulchàn ‘Arùkh) piuttosto che ricchi. Per spiegare quello che si intende per ricchi, egli cita i Pirkè Avòt (Massime dei Padri, 4:1) dove i maestri insegnano che è ricco colui che è soddisfatto con quello che ha. Un giudice che non è soddisfatto di quello che ha, rischia di sfruttare la sua posizione per guadagnare (e farsi corrompere) ed è inadatto alla posizione anche se conosce bene le leggi.
Yitrò, nel suo consiglio a Moshè gli aveva detto di affidare le questioni di minor valore ad altri e riservare per se le questioni di maggior valore. Moshè invece affidò ad altri le questioni più facili riservando a se quelle difficili, senza tenere conto se si trattava di cifre grandi o piccole. Per illustrare questo concetto r. Pacifici cita l’esempio di una riunione che avvenne tra due dei più importanti decisori di Halakhà del secolo scorso, rav Yeshayahu Karelitz (1878-1953) e rav Shmuel Wosner (1913-2015). Essi dedicarono due giorni per chiarire se una mezuzà fosse stata scritta secondo le regole o meno. Una questione di poco valore ma difficile, per la quale era importante dedicare tempo.
