“L’Eterno chiamò Mosè e gli parlò dalla tenda della radunanza, dicendo: Parla ai figli d’Israele e di loro che quando qualcuno tra voi recherà un’offerta all’Eterno, l’offerta che recherete sarà di bestiame, di capi d’armento o di capi di gregge” (Levitico 1:1-2). I primi capitoli del terzo libro della Torà che inizieremo a leggere questo sabato, trattano delle varie forme di sacrifici che le persone devono, e possono, presentare in diverse circostanze.Ma riguardo tutto il terzo libro della Torah che si occupa di cose sacre, purità e impurità, culto divino, i maestri del Talmud insegnano che quando i bambini vengono portati a scuola per iniziare a imparare la Torah, questo è il primo libro che devono studiare, prima della Genesi dove si legge della vita dei patriarchi e dell’Esodo dove si impara la storia dell’uscita dall’Egitto e del dono della Torà sul Sinai.
La ragione, spiegano i maestri, è: “siccome i sacrifici sono puri e i bambini sono puri, vengano i puri a occuparsi di ciò che è puro”. Visto lo stato di innocenza e di purezza dei bambini, nel loro approccio iniziale alla Torah, gli viene presentato l’argomento dei sacrifici per esporli ai temi di santità e purezza, esprimendo l’auspicio che mantengano queste qualità quando saranno adulti.
I maestri ci stanno insegnando che se vogliamo influenzare e motivare i nostri figli, i nostri allievi, dobbiamo raggiungerli quando sono piccoli. Non possiamo aspettare che siano più grandi per insegnare loro la vita della Torah e di cosa si tratta; questo processo deve iniziare quando sono in giovanissima età.
Nel primo verso di questo libro si presenta il primo dialogo tra il Signore e Mosè all’interno del Tabernacolo appena costruito. La voce di Dio giungeva a Mose da mezzo i due angeli cherubini scolpiti sopra il coperchio dell’Arca dell’alleanza, i quali avevano proprio le fattezze di bambini. In un certo senso, il fatto che la voce di Dio venga da mezzo i due cherubini con fattezze di bambini, vuole sottolineare che quella voce può essere udita nel modo più chiaro quando veniamo istruiti e educati fin dalla più tenera età.
Un albero giovane ha rami teneri che possono essere piegati con relativa facilità; man mano che l’albero invecchia, i suoi rami diventano duri e robusti, tanto da non potersi più piegare. Lo stesso vale per i nostri figli o i nostri allievi. Nei loro anni più giovani, sono impressionabili, sono più aperti alla guida e all’influenza del maestro, ma una volta cresciuti diventano più duri e più resistenti.
Certo, non è mai troppo tardi per imparare e cambiare. Ma più una persona invecchia, più diventa difficile. I genitori devono approfittare degli anni in cui i loro figli sono piccoli, la fase in cui sono puri, per parlargli, insegnargli, anche giocare con loro così da esporli a questioni di santità al fine di ispirarli a seguire la Torah.
Come parte di questo sforzo, dobbiamo prestare particolare attenzione al tipo di messaggi che trasmettiamo. Dobbiamo raggiungere i nostri figli quando sono piccoli, per trasmettere loro che ciò che conta di più è il loro legame con il Signore e il loro amore per la Torah. Non solo, ma che i loro tratti caratteriali siano raffinati e la loro dedizione sia costante.
Queste lezioni non possono essere impartite ai figli quando sono già grandi; bisogna cercare, fin da piccoli, di esporli alla purezza, alla bellezza e alla santità dei valori e della vita secondo gli insegnamenti della Torah e, soprattutto con il nostro esempio, Shabbat Shalom!