All’inizio di questa parashà Dio dice a Moshè che per mantenere il patto con i patriarchi, libererà gli israeliti dalla schiavitù in Egitto e li porterà nella Terra Promessa: “Perciò dì ai figli d’Israele: Io sono l’Eterno, vi sottrarrò (ve-hotzetì) ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi emanciperò (ve-hitzaltì) dalla loro schiavitù, e vi redimerò (ve-gaaltì) con braccio steso e con grandi giudizi. E vi prenderò (ve-lakakhtì) per mio popolo, e sarò vostro Dio; e voi conoscerete che io sono l’Eterno, il vostro Dio, che vi sottrae ai duri lavori impostivi dagli Egiziani. E vi porterò (ve-hevetì) nel paese, che giurai di dare ad Avraham, a Yitzchak e a Ya’akov; e ve lo darò come possesso ereditario (morashà): io sono l’Eterno (Shemòt, 6:6-8).
Basandosi su questi versetti e le quattro espressioni “vi sottrarrò”, “vi emanciperò”, “vi redimerò” “e vi prenderò”, i Maestri istituirono l’obbligo di bere quattro bicchieri di vino durante il sèder di Pèsach. I commentatori chiedono per quale motivo i Maestri non abbiano istituito di bere un quinto bicchiere di vino tenendo conto dell’espressione “e vi porterò nel paese”.
R. Barukh Halevi Epstein (Belarus, 1860-1941) autore del commento Torà Temimà, spiega che non fu istituito un quinto bicchiere perché essendo noi ebrei in esilio e il nostro paese abitato da stranieri, non possiamo sollevare un bicchiere di vino per questa espressione.
R. Menachem Genack (USA, 1949-) in Birkàt Yitzchàk (p. 94) osserva che la spiegazione di r. Epstein è problematica perché negli anni nei quali esisteva il Bet Hamikdàsh, dai tempi di ‘Ezrà e Nechemià fino alla sua distruzione per mano di Tito, quando la terra d’Israele era abitata da israeliti, ugualmente non si beveva il quinto bicchiere.
R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Mesoras Harav (p. 51) afferma che i quattro bicchieri di vino che vengono consumati durante il sèder di Pèsach corrispondono alle quattro espressioni di redenzione dall’Egitto. La quinta espressione (e vi porterò) non viene contata perché la promessa di entrare nella terra d’Israele allude anche alla redenzione futura e non si riferisce esclusivamente all’esodo dall’Egitto.
Rav Genack aggiunge che per questo motivo vi è il minhàg (usanza) di avere sulla tavola un quinto bicchiere denominato “il bicchiere del profeta Elia” perché è lui che annuncerà la redenzione finale. L’espressione “morashà” (possesso ereditario) collegata a “vi porterò” viene a insegnare che la terra d’Israele è un possesso ereditario eterno del popolo d’Israele. Così infatti commenta R. Naftalì Tzi Yehudà Berlin (Minsk, 1816-1893, Varsavia) in Ha’amèk Davàr (p.58). Egli scrive che la parola morashà indica che la terra d’Israele non è un possesso temporaneo come una semplice eredità (yerushà), e pertanto anche quando siamo in esilio la terra d’Israele ci appartiene.
R. Genack conclude che dalle parole di r. Berlin appare chiaro che il versetto allude alla redenzione futura. Infatti durante l’apparizione al roveto ardente, quando il Signore aveva parlato con Moshè, gli aveva detto: “Io vi trarrò dall’afflizione d’Egitto, e vi farò salire nel paese dei Cananei, degli Hittei, degli Amorei, dei Ferezei, degli Hivvei e dei Gebusei, in un paese ove scorre il latte e il miele” (ibid, 3:17). Ora invece in questa parashà i popoli che abitavano nella terra di Canaan non vengono ricordati. Questa è prova che il versetto “vi porterò” tratta della redenzione futura quando la terra d’Israele non sarà considerata terra di altri popoli, ma come “La terra d’Israele” nella quale gli ebrei ritorneranno dall’esilio.
