Arik Glasner – Hashiloach 42 – Settembre 2025
Nel pop religioso di successo, come nella fede stessa, si può distinguere tra coloro a cui la fede attribuisce valore all’uomo e alla vita, e coloro che cadono nella giustificazione del destino e nel narcisismo
Circa un anno e mezzo fa ho visto in televisione i membri di Zehuzeh cantare insieme a Hanan Ben-Ari la sua canzone C’è qui qualcosa di più (2023). Questo abbinamento, da un lato, non desta stupore. Ben-Ari è uno degli artisti più popolari in Israele oggi. E scrivo “artisti” e non “cantanti” non solo per il fatto formale che Ben-Ari scrive e compone le proprie canzoni, ma nel pieno senso del termine, come descrizione di chi viene a offrire al prossimo un’esperienza interiore e una visione personale. Ed è del tutto naturale che artisti di grande calibro come i membri di Zehuzeh scelgano di eseguire una sua canzone nel loro programma.
Dall’altro lato, però, vi era qualcosa di sorprendente in questa abbinata. Ben-Ari è un esponente di punta del pop religioso israeliano, mentre i membri di Zehuzeh sono considerati esempi raffinati della vecchia élite culturale israeliana laica. E infatti, sembra che l’iniziativa di Kan o di qualche altra entità di mettere insieme Ben-Ari e Zehuzeh fosse legata al periodo in cui andò in onda il programma — dicembre 2023, vicino allo shock del 7 ottobre e al desiderio di ricucire le lacerazioni del popolo, il periodo del “insieme vinceremo”.
Ma vi era un elemento nella bella canzone stessa che attirò la mia attenzione ancor più delle suddette implicazioni sociologiche. In passato mi era già capitato di scrivere contro un’altra canzone di Ben-Ari, Le nostre vite sono fragole (2016), che esprimeva — con malizia e sofisticatezza testuale, è vero — qualcosa che mi spaventa molto nel pop religioso, ossia, in sintesi, la giustificazione del destino.
Il narratore, in quel ritornello di Ben-Ari, rimprovera se stesso e gli altri brontoloni e ci invita a ringraziare il Creatore per ciò che abbiamo: “Va bene, abbiamo aperto bocca, / abbiamo lamentato abbastanza, / siamo stati ingrati / ora torniamo indietro, / alle basi, / è ora di dire grazie”. Il mio timore, persino la mia rabbia, nasce dal fatto che questo atteggiamento è molto vicino alle sciocchezze che sentiamo oggi, che ci chiedono di ringraziare il Creatore per il 7 ottobre, perché ci ha aperto gli occhi sui grandi pericoli che incombono su di noi. Questo è un atteggiamento di sottomissione servile e di giustificazione del destino che l’autore del libro di Giobbe, ad esempio, non avrebbe apprezzato. Come si ricorda, Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe perché “non avete parlato di me con rettitudine, come ha fatto il mio servo Giobbe” nei loro discorsi di giustificazione del destino. L’atteggiamento de Le nostre vite sono fragole non è lontano dal kitsch sciocco, dalla ingenuità infantile, del più grande successo del pop religioso nel 2024, Mi amerà sempre, che profetizza, con eccessiva sicurezza, che “andrà sempre solo bene” grazie alla provvidenza del “buon Padre”.
Ma in C’è qui qualcosa di più, sebbene anch’esso sia un ritornello che ci chiede di vedere il bene e non solo il male, l’accento è diverso ed è aggiunto un elemento decisivo. Prima di tutto, in questo ritornello, il più recente dei due, Dio non appare affatto. E in secondo luogo, accanto all’invito a uno sguardo più generoso su noi stessi, alla fede nell’esistenza di un sé autentico al di sotto della finzione (una distinzione presente anche in altre canzoni dell’epoca, diciamo in quella di Idan Amedi Superman), appare anche la seguente sfida: “Al di sotto di tutto questo calcolo / il DNA, la scienza esatta / c’è qui qualcosa di più”. Se “al di sotto di tutto il calcolo” può ancora essere interpretato come un’affermazione che esprime l’aspirazione tipica della nostra generazione di uscire dagli schermi che ci asserviscono, cosa significa che “c’è qui qualcosa di più” “al di sotto […] del DNA, della scienza esatta”?
Penso che in altre parole Hanan Ben-Ari stia parlando qui dell’anima. Quella parte divina dall’alto, nella formulazione religiosa, che è in noi. E la pone in sfida contro una visione materialistica estrema che sostiene che siamo una macchina — molto sofisticata, certo — ma che può essere spiegata e descritta esaurientemente da fattori puramente materiali ordinari (“il DNA e la scienza esatta”).
La novità della canzone, o più precisamente la sua parte significativa, deriva dal fatto che essa pone la concezione dell’anima pura come tale che si contrappone non solo al sé falso o meschino, malvagio ed egoista, o oppresso (“al di sotto di tutto questo trucco, / la disperazione, l’invidia, la corsa”), cioè non solo sul piano morale o anche psicologico, ma anche sul piano metafisico: “l’anima” è più della materia, è più di quanto spiegano “la scienza esatta” e “il DNA”.
La strada dalla scimmia
Hanan Ben-Ari rappresenta, come detto, il pop religioso. Ma si tratta necessariamente di una visione religiosa? È chiaro che per chi detiene una visione del mondo ebraica religiosa, così come si è formata negli ultimi duemila anni (dai giorni del Secondo Tempio e dei Saggi), che intreccia la fede nella vita dell’aldilà con l’esistenza di Dio, è più facile accettare il fatto di essere dotati di un’anima che è, come detto, “parte di Dio dall’alto” ed eterna. Questo fa parte del loro sistema di credenze fondamentali.
Ma anche per i laici, come me, che non credono nell'”anima” nel senso eterno suddetto, non è affatto ovvio che nell’uomo non vi sia un elemento che dal punto di vista metafisico trascenda il mondo della natura così come esiste sul piano animale, vegetale e minerale. La coscienza umana è eccezionale sotto diversi aspetti, e gli approcci riduttivi non sono gli unici ai quali, razionalmente, si possa aderire per spiegare questa unicità. In più di un’occasione mi è già capitato di raccomandare un libro molto interessante sull’argomento, scritto da uno scienziato e pensatore laico, che si è scagliato contro le concezioni riduttive oggi così diffuse. Si tratta del libro intitolato Aping Mankind di Raymond Tallis, uscito nel 2011. Già dal titolo del libro (una traduzione creativa possibile potrebbe essere “Scimmiottare l’umanità”) si può comprendere la sua tendenza, che va contro l’approccio che tenta di presentare l’uomo come una scimmia antropomorfa dotata di coscienza da supercomputer e nient’altro.
Ma il libro di Tallis — come anche la stessa esistenza della canzone di Ben-Ari (cioè il fatto che l’espressione dell’unicità metafisica dell’anima compaia proprio nell’opera di un artista religioso) — ci ricorda che negli ultimi decenni è cresciuta tra i detentori di una visione del mondo laica-scientifica la tendenza a sminuire l’autostima che noi, in quanto esseri umani, nutriamo verso noi stessi, a causa della spiegabilità scientifica-riduttiva della “superiorità dell’uomo”, per così dire. Michel Houellebecq lo ha formulato una volta, in un’intervista, così: risulta che materialismo e umanesimo non vanno molto d’accordo. Vale a dire, i detentori di una visione del mondo scientifica, in una certa interpretazione e tendenza, vengono indotti a pensare all’uomo come non particolarmente eccezionale nel regno animale, e quindi diventano coloro che non sostengono l'”umanesimo”, nel senso di una concezione dell’uomo come essere meraviglioso e anomalo nell’universo. Questo è un filone di pensiero moderno del quale già nel romanzo I demoni di Dostoevskij si può trovare una critica, dove uno dei personaggi propone, brevemente e satiricamente, che le vicende dell’uomo si dividono in due: dalla scimmia fino a quando l’uomo ha capito che discende dalla scimmia; e poi, da lì — tutta la strada di ritorno verso la scimmia (I demoni, Einaudi, dal russo: traduzione italiana, pp. 100–101). Vale a dire, dal momento in cui l’uomo ha capito di essere parte integrante della natura, è avvenuta un’enorme svalutazione della sua percezione di sé (I demoni uscì nel 1872, 13 anni dopo L’origine delle specie di Darwin e un anno dopo la pubblicazione del suo L’origine dell’uomo).
Sulla superiorità dell’uomo
Un’altra canzone centrale del pop religioso, anch’essa a mio avviso molto bella, è Il poeta di Shuli Rand. La canzone, come è stata pubblicata ed è nota, tratta del rapporto e delle dispute di Rand con il drammaturgo Hanoch Levin. È una canzone molto delicata e commovente. Rand è pieno di ammirazione per Levin, una caratteristica non insolita tra l’élite culturale del paese (in uno sketch de La Quinta da Camera Levin fu paragonato una volta a Dio). Eppure Rand mantiene la propria opinione, contraria a quella di Levin. E la sua opinione sostiene che Dio esiste, contrariamente all’ateismo di Hanoch Levin, e che questo Dio è un Dio provvidenziale.
Ma una coppia di parole nel ritornello è leggermente insolita e attira l’attenzione. Rand sostiene nel ritornello che il disaccordo con Levin abbracciava anche un’altra questione, non solo quella dell’esistenza di Dio, ma anche la questione della “superiorità dell’uomo”. E in apparenza, se guardiamo con quella grossolana semplicità con cui vengono presentate le linee del conflitto teologico che divide la società israeliana in due, perché mai il rappresentante della laicità “liberale”, “umanista”, che “pone l’uomo al centro” e non Dio al centro, perché lui, cioè Hanoch Levin, viene presentato come qualcuno che non crede che vi sia “superiorità” nell’uomo?
Ma questa è effettivamente una presentazione rozza e imprecisa delle linee del disaccordo. Da un lato, all’interno del pensiero laico contemporaneo, vi sono potenti correnti di pensiero post-umaniste che negano la superiorità dell’uomo per ragioni scientifiche e pseudo-scientifiche, morali e moralistiche. Un tale atteggiamento mentale lo ha espresso una volta uno dei personaggi di Levin: “Non un’anima palpita in me, bensì una piccola porzione di escrementi” (dal dramma Decapitazione). Dall’altro lato, invece, è proprio la religione ad essere diventata la protettrice di questa idea della superiorità dell’uomo (l’uomo creato “a immagine di Dio” è un’idea originariamente ebraica, com’è noto).
Mi spingo persino a dire: parte del fascino della religione, parte della ragione per cui le persone si convertono, persone come Shuli Rand ad esempio, deriva dal fatto che la religione conferisce loro una concezione dell’esistenza con dignità. La concezione religiosa dell'”anima” aiuta a uscire dalla depressione della visione del mondo scientifica riduttiva. Infonde nell’animo un senso minimo di autostima.
L’anima e l’umanista
Come israeliano laico, il mio rapporto con la religione è ambivalente. Non sono affatto d’accordo con Freud che nel suo saggio L’avvenire di un’illusione espresse dispiacere per l’attaccamento umano alla religione e la vide come uno stadio infantile del genere umano, che non sa vivere senza un “padre”. La visione del mondo di Freud mi sembra più crudele che errata. Effettivamente, il genere umano teme la vita. E a ragione. Vi è di che temere. E la religione è uno dei rimedi più potenti che abbia trovato, se non il più potente. E per chi non ha un rimedio alternativo — e Freud non ha un tale rimedio generale, al massimo ha una risposta personale da grande scienziato che trova il proprio scopo nel lavoro intellettuale — si suggerisce un po’ di umiltà quando si viene a tagliare le radici altrui.
Dall’altro lato, a volte il rimedio religioso diventa più difficile della malattia. Ad esempio, se il rimedio offusca il senso della vista e la capacità di sopravvivenza, è allora molto pericoloso, più della malattia. Se vivi secondo la “misura della fiducia”, contando che andrà “ancora meglio”, senza prepararti adeguatamente di fronte ai pericoli che ti minacciano, allora il nemico non vale il danno al re. Se ad esempio, a causa della tua “misura della fiducia”, sottovaluti forze internazionali enormi e sei certo che il buon Dio aiuterà e salverà, potresti trovarti nella situazione degli uomini del Primo Tempio che credevano che il Tempio di Dio li avrebbe salvati, e come disse loro Geremia: “Non confidate in parole menzognere, dicendo: il Tempio del Signore, il Tempio del Signore, il Tempio del Signore sono questi”. Potresti trovarti come un adepto di uno dei movimenti chassidici dell’Europa orientale nel 1939, che non riconosce il pericolo che incombe sulla sua comunità, a causa di un’eccessiva fede nei saggi e nella misura della fiducia. Com’è noto, allora non andò “ancora meglio”.
Inoltre: in seguito a un sondaggio pubblicato circa un decennio e mezzo fa sulla misura della fede in Dio tra gli ebrei in Israele, e sulla misura di coloro che ritengono che gli ebrei siano il “popolo eletto”, ho sostenuto che mentre il primo dato non mi preoccupa affatto (come detto, ognuno e ciò che lo aiuta ad attraversare la notte oscura, come scrisse John Lennon), il secondo mi preoccupa un po’. E perché? Perché chi ritiene di essere “eletto” può talvolta comportarsi come chi “non ha Dio”.
Se il narcisismo ambizioso personale è una malattia molto legata alla laicità — e lo credo effettivamente, e Tolstoj nella sua Confessione accenna a questa straordinaria intuizione, quando descrive cosa sostituì in gioventù la fede infantile in Dio: fu, dice Tolstoj, la fede nel “perfezionamento di sé” che sostituì la fede dell’infanzia. E continua: “Tutto cominciò, naturalmente, con il perfezionamento morale e spirituale di sé, ma ben presto questo perfezionamento fu sostituito dal perfezionamento in quanto tale, cioè dal desiderio di essere migliore non ai propri occhi e agli occhi di Dio, ma dal desiderio di essere migliore agli occhi degli altri uomini. Ben presto questo desiderio di essere migliore agli occhi degli uomini si trasformò nel desiderio di essere più forte degli altri uomini, cioè più celebrato, più importante e più ricco degli altri” (Scritti di riflessione, Einaudi, dal russo) — ecco che il narcisismo infantile (nello stile di “ancora meglio”) e quello collettivo (quello che nasce da una fede non raffinata nel concetto di “popolo eletto”) è qualcosa che proprio la visione del mondo religiosa incoraggia.
Ma come insegnano entrambi i ritornelli discussi in questo articolo: la religione offre ai suoi credenti non solo Dio, bensì anche il concetto di anima. E vale la pena che noi laici lo osserviamo e non lasciamo il campo ai nostri avversari teologici. La concezione ingenua che il laico sia per definizione un umanista è davvero molto ingenua. Come Nietzsche aveva ben compreso, con la perdita della fede in Dio si rischia di perdere tutta una serie di concetti fondamentali a esso legati. Uno di questi concetti è il concetto di “anima”.
Chi predica l’incredulità senza capire questo è una persona superficiale. E chi non si confronta con questo tema è destinato a perdere la battaglia delle idee.
