La P. Ki Tissà è la terza del ciclo di cinque Parashot dedicate alla costruzione del Mishkan: essa è preceduta da Terumah e Tetzawweh, in cui è presentato il progetto ed è seguita da Wayaqhel e Pequdè che rendono conto della sua realizzazione. La nostra Parashah esordisce con il precetto del mezzo Sheqel, prosegue con la prescrizione relativa al lavabo dei Kohanim e al confezionamento dell’olio per le unzioni e dell’incenso aromatico: ma è soprattutto dedicata all’episodio del Vitello d’Oro. I Chakhamim sono divisi sulla motivazione per cui è stato prescritto il Mishkan e sull’esatta cronologia degli eventi. Il Midrash Tanchumà sostiene la tesi che non c’è un ordine temporale nella Torah: sebbene si parli del Mishkan prima del Vitello d’Oro, il Mishkan stesso fu una concessione al popolo dopo la trasgressione e un’espiazione per la trasgressione stessa. Di diverso avviso il Midrash Rabbà, per il quale non c’è ragione di invertire l’ordine cronologico della Torah. Secondo questa tesi il Mishkan fu la logica conseguenza del fatto che poc’anzi il S.B. aveva dato la Torah a Israel. Egli doveva stabilire una dimora in mezzo a loro come espressione di tale vicinanza. Questa tesi è sostenuta nel Medioevo dal Sefer ha-Chinnukh e dal Nachmanide. Fra i moderni è condivisa da Shadal.
Commentando Shemot 33, 3:
כִּי֩ לֹ֨א אֶֽעֱלֶ֜ה בְּקִרְבְּךָ֗ כִּ֤י עַם־קְשֵׁה־עֹ֙רֶף֙ אַ֔תָּה פֶּן־אֲכֶלְךָ֖ בַּדָּֽרֶךְ
“Poiché Io non salirò in mezzo a Te perché tu sei un popolo di dura cervice, affinché non ti distrugga lungo il cammino”.
Shadal scrive che il S.B. intese anzi revocare la costruzione del Mishkan dopo la trasgressione. D. si ricredette solo una volta che il popolo dimostrò la volontà di fare Teshuvah, rinunciando ai propri monili che rammentavano il Vitello e a seguito della perorazione di Moshe. Solo allora la realizzazione del Mishkan, che fino a quel momento era solo allo stadio di progetto, ebbe la via libera. Questa visione degli eventi inquadra il pensiero di Shadal sui versi iniziali della nostra Parashah a proposito del Machatzit ha-sheqel. L’affermazione finale del paragrafo in Shemot 30, 16:
וְלָקַחְתָּ֞ אֶת־כֶּ֣סֶף הַכִּפֻּרִ֗ים מֵאֵת֙ בְּנֵ֣י יִשְׂרָאֵ֔ל וְנָתַתָּ֣ אֹת֔וֹ עַל־עֲבֹדַ֖ת אֹ֣הֶל מוֹעֵ֑ד וְהָיָה֩ לִבְנֵ֨י יִשְׂרָאֵ֤ל לְזִכָּרוֹן֙ לִפְנֵ֣י ה’ לְכַפֵּ֖ר עַל־נַפְשֹׁתֵיכֶֽם
“E prenderai il denaro dell’espiazione da parte dei Figli di Israel e lo consegnerai per il Servizio della Tenda della Radunanza e sarà per i Figli di Israel di ricordo dinanzi a H. per espiare per le vostre persone”
non viene riferita al peccato del Vitello d’Oro. Queste le parole di Shadal: “Quando uno conta le proprie ricchezze o allorché un re censisce i propri soldati e constata di avere mezzi a disposizione, potrebbe essere portato alla superbia per questo. Per conseguenza, una delle vie della Provvidenza consiste nel capovolgere la sua sorte, cosicché gli sopraggiunge una rovina inaspettata: legge che vale per i singoli, come per le nazioni e i re. Il versetto recita a questo proposito:
לִפְנֵי־שֶׁ֥בֶר גָּא֑וֹן
Mishlè 16, 18: ‘la crisi è preceduta da potenza’”. Aggiunge Shadal che questa è l’origine della credenza nel malocchio (‘ayin ha-ra’), presente in molti popoli antichi e anche nel Talmud (cfr. Rashì a Shemot 30, 12).Nel Medioevo si cercava di spiegarla secondo natura (Ghereshonide), mentre i moderni la dileggiano come pura superstizione. Shadal assume una via di mezzo. Per lui si tratta di una credenza che H. non ha inteso eliminare del tutto al pari di altre, perché dotata di uno scopo morale che è fondamento della Torah stessa: allontanare l’uomo dall’eccessiva confidenza di sé. Cosa ha comandato H. al popolo ebraico degli albori? Che ogni singolo membro versasse una cifra simbolica da destinare una tantum al Servizio del Santuario come atto espiatorio. Di cosa? Del proprio orgoglio. Successivamente i Figli di Israel si sarebbero sentiti liberati dal malocchio e avrebbero potuto tornare a contarsi direttamente, dal momento che il Mishkan espiava per loro destando il ricordo del versamento iniziale, fatto per esso. La cifra avrebbe dovuto essere uguale per tutti, ricchi e poveri, affinché nessuno potesse accampare più diritti di altri e che fosse destinata al confezionamento dei basamenti (adanim) d’argento sui quali il Mishkan si sarebbe retto:
וַיְהִ֗י מְאַת֙ כִּכַּ֣ר הַכֶּ֔סֶף לָצֶ֗קֶת אֵ֚ת אַדְנֵ֣י הַקֹּ֔דֶשׁ
Shemot 38, 27: I cento kikkar d’argento (pari a 300.000 sheqalim: la somma dei mezzi sicli degli Ebrei usciti dall’Egitto) furono destinati a fondere i sacri basamenti.
In effetti, dice Shadal, nei successivi censimenti del popolo ebraico non si parla più di un contributo in denaro, a condizione che essi fossero dettati dalla necessità (Tanchumà Ki Tissà 9). In caso contrario, come avvenne con il re David che alla fine della sua vita censì il popolo solo a scopo di compiacimento, perché non seguì una guerra e furono puniti con la pestilenza. Significativamente quell’episodio si concluse con l’acquisto da parte di David dell’aia di Arawnà, grazie al contributo di tutti (1Divrè ha-Yamim 29, 2-9): su quel terreno suo figlio Shelomoh avrebbe costruito il Bet ha-Miqdash ad espiazione per le future generazioni dei Figli di Israel.
La ricostruzione di Shadal, per quanto interessante, presenta alcune difficoltà.
1. Egli parte dal presupposto che il versamento del “mezzo Sheqel” per il Mishkan fosse stata una Mitzwah una tantum. Così pensano anche Ghereshonide e Abrabanel, ma la realtà è diversa. Il trattato Sheqalim della Mishnah è dedicato a essa in quanto Mitzwah da ripetersi annualmente. Il Sefer ha-Chinnukh (prec. 105) scrive testualmente che ciascun ebreo dai vent’anni in su doveva consegnare mezzo Sheqel una volta all’anno ai Kohanim del Bet ha-Miqdash affinché lo versassero in un’apposita stanza. La somma così raccolta sarebbe stata destinata all’acquisto degli animali per i sacrifici pubblici di tutto l’anno. Si può forse sanare la contraddizione sostenendo che effettivamente la prima volta ciascuno avrebbe versato non una, ma tre offerte: mezzo Sheqel per gli adanim, mezzo Sheqel per i sacrifici e un contributo libero di materiali preziosi per edificare il Mishkan (Rashì a Shemot 30, 15). A partire dall’anno successivo solo il secondo contributo sarebbe rimasto d’attualità. 2. Come Shadal stesso nota, non è scritto da nessuna parte nella Torah che l’espiazione effettuata dal Mishkan valesse automaticamente per le generazioni successive. Al contrario nulla vieta di pensare che anche i censimenti posteriori furono compiuti attraverso il versamento di una cifra di denaro, sebbene ciò non sia specificato. Tutti i commentatori partono da questo presupposto. È difficile immaginare un’espiazione anticipata una volta per tutte. Nessuno può contare su una garanzia del genere che nega, in definitiva, il fondamentale principio della responsabilità verso ogni nostra azione al centro dell’etica ebraica.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
