Fare visita al proprio Rabbino nel giorno festivo
È antica tradizione, ove possibile, fare visita al proprio Maestro durante le Feste di Pellegrinaggio. Il Talmud a nome di R. Itzchaq (Rosh ha-Shanah 16b; Sukkah 27b) la mette in relazione con il racconto biblico della donna di Shunem alla quale era deceduto improvvisamente il figlio di cui il Profeta Elisha’ aveva annunciato la nascita. La donna si mosse per recarsi a consultare nuovamente il Profeta, ma il maritò cercò di fermarla:
וַיֹּ֗אמֶר מַ֠דּ֠וּעַ (אתי) [אַ֣תְּ] (הלכתי) [הֹלֶ֤כֶת] אֵלָיו֙ הַיּ֔וֹם לֹא־חֹ֖דֶשׁ וְלֹ֣א שַׁבָּ֑ת וַתֹּ֖אמֶר שָׁלֽוֹם
2Melakhim 4, 23: (Le) disse: “Perché vai da lui oggi? Non è né Rosh Chodesh, né Shabbat…”
Da qui si impara che “ciascuno ha l’obbligo di far visita al proprio Maestro di Shabbat e nei Shalosh Regalim” (Radaq ad loc.). Maimonide la codifica come regola in Hilkhot Talmud Torah 5, 7. Logica vuole che nei giorni in cui vi è una qedushah aggiuntiva per via del Qorban Mussaf anche la guida spirituale è investita di una fonte di ispirazione maggiore (Resp. Nodà’ bi-Yhudah, 2^ ed., Orach Chayim, n. 94). Si domanda perché il versetto nomini fra le ricorrenze solo Shabbat e Rosh Chodesh, mentre il Talmud parli esplicitamente delle Festività di Pellegrinaggio. C’è chi spiega che l’ideale consisterebbe nell’intensificare la frequenza fino a una volta al mese e persino alla settimana, ma tre volte all’anno costituisce il minimo (Ritbà). Altri sostengono invece che dopo la distruzione del Bet ha-Miqdash la visita al Rabbino è stata vista in un certo senso come sostitutiva del Pellegrinaggio a Yerushalaim. Se la si fosse resa obbligatoria con maggiore frequenza avremmo creato il paradosso di attribuire al Rabbino maggiore attenzione rispetto al S.B. stesso (cfr. Shemot 23, 17 e Zohar ad loc.)! Comunque sia la visita non dovrebbe essere limitata all’espressione di convenevoli, ma costituisce invece un’occasione preziosa di incontro con il nostro punto di riferimento spirituale per averne un consiglio e un indirizzo su argomenti e questioni di Torah. I Shalosh Regalim sono iniezioni periodiche di identità “a rilascio continuato”!
‘Eruv Tavshilin per chi non ha l’esigenza di cucinare
Dal momento che quest’anno Shavu’ot cade di venerdì, ritorna l’obbligo di eseguire il ‘Eruv Tavshilin (’Eruv dei cibi) entro l’inizio della festa giovedì sera, in modo da consentire durante Yom Tov i preparativi di cucina per lo Shabbat. Come è noto il ‘Eruv ci ricorda che la qedushah dello Shabbat costituisce eccezione al divieto di cucinare di Yom Tov per il giorno successivo. Come deve regolarsi in proposito chi si trova nella condizione di non dover preparare cibo, per esempio in quanto è ospite di un albergo o di una famiglia che provvede per le necessità della festa? Durante il venerdì di Yom Tov questa persona ha solo l’obbligo di accendere i lumi di Shabbat poco prima del tramonto (da un fuoco già acceso!): deve comunque predisporre il ‘Eruv? Dal momento che l’argomento è oggetto di discussione fra i Decisori, si potrà regolare in uno dei modi seguenti. La prima soluzione è predisporre comunque un proprio ‘Eruv recitando la dichiarazione aramaica che lo accompagna (“Mediante questo ‘Eruv ci sarà permesso…”) ma omettendo la Berakhah che la precede (…’al Mitzwat ‘Eruv). Una soluzione alternativa è partecipare al ‘Eruv compiuto dall’ospitante o da chiunque altro abbia l’obbligo pieno di farlo. È noto che l’acquisizione halakhica di un oggetto si ottiene sollevandolo. Nel nostro caso l’ospite concorderà in via preliminare con il proprietario di poter sollevare i cibi che questi ha predisposto come ‘Eruv in segno di condivisione simbolica (zikkuy). Dopodiché il proprietario reciterà la Berakhah e la dichiarazione aramaica includendo in essa anche l’ospite che ora partecipa del suo ‘Eruv. Incidentalmente, la stessa procedura può essere eseguita in via ordinaria anche per agevolare chi non è in grado di compiere il ‘Eruv per proprio conto (Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 527, 10-11).
Un’ulteriore soluzione ancora più facilitante è peraltro possibile: avvalersi semplicemente del ‘Eruv che il Rabbino della città fa a beneficio di tutti gli Ebrei residenti nella stessa, includendo nel suo zikkuy chi se ne fosse dimenticato, non conoscesse la regola o avesse perduto il cucinato dopo averlo predisposto. A priori in via ordinaria ognuno è tenuto a fare il proprio ‘Eruv: chi di proposito si astiene dal predisporre il Eruv contando su quello fatto da altri è chiamato poshèa’ (“ribelle”) e non esce d’obbligo. In caso di errore o incidente, tuttavia, è lecito avvalersi della facilitazione ed eseguire di Yom Tov ogni preparativo per Shabbat. Si può a questo punto sostenere che chi necessita del ‘Eruv solo per accendere i lumi potrà basarsi sul ‘Eruv fatto dal Rabbino anche a priori, a patto di trascorrere la festa nella stessa città. Non conta in questo caso la circoscrizione, ma la distanza: è proibito di Yom Tov come di Shabbat uscire dal proprio abitato. Pertanto chi si trova a Ivrea o a Cuneo, per esempio, non potrà ricorrere al ‘Eruv fatto dal Rabbino di Torino in nessun caso, in quanto non ne può fruire.
| בָּרוּךְ אַתָּה ה’ אֱלקֵינוּ מֶלֶךְ הָעוֹלָם אֲשֶׁר קִדְשָׁנוּ בְּמִצְוֹתָיו וְצִוָנוּ עַל מִצְוַת עֵרוּב: בְּדֵין יְהֵא שָׁרָא לָנָא לַאֲפוּיֵי וּלְבַשׁוּלֵי וֹלְאַטְמוּנֵי וּלְאַדְלוּקֵי שְׁרַגָא וּלְתַקָנָא וּלְמֶעֶבַד כָּל צָרְכָנָא מִיוֹמָא טָבָא לְשַׁבַּתָּא לָנָא וּלְכָל יִשְׂרָאֵל הַדָרִים בָּעִיר הַזאת: | Benedetto Tu, Signore, Dio nostro, Re del Mondo, che ci santificasti con i Tuoi precetti e ci comandasti l’obbligo dell’’eruv. Per mezzo di questo ‘eruv ci sia permesso di bollire, di cucinare al forno, di mettere in caldo, di accendere il fuoco e di eseguire ogni necessità (relativa al cibo) dal giorno di festa per quello del sabato: sia permesso a noi e a tutti gli abitanti di questa città. |
Chag Shavu’ot Sameach!
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
