Siamo appena usciti dalle celebrazioni della festa di Pesach, la cui etimologia stessa definisce come Pe-Sach, "la bocca che parla": un tempo dell’anno interamente dedicato al racconto, alla narrazione e stimolazione del dialogo con i quattro figli, coinvolgendo tanto il figlio sapiente, capace di articolare domande complesse, un essere totalmente “parlante”, quanto il figlio che non sa nemmeno interrogare, il quale incarna quasi uno stadio di silenzio embrionale. Ora che entriamo nella Parasha di Shemini, la Torah ci sfida a compiere un salto qualitativo nel nostro rapporto con il linguaggio. Se Pesach è stata l'espressione della voce, Shemini ci parla di altri figli ma in questo caso ci pone di fronte al trauma di Aronne e alla sua reazione sublime: "Vayidom Aharon", ed Aronne tacque.
Letteralmente può significare divenne “pietra”, si pietrificò. Potremmo leggere questo percorso come il passaggio dalla parola al totale silenzio. Questo silenzio non è una semplice assenza di suoni, ma un evento ontologico. Come premesso, la radice della parola Vayidom rimanda infatti al termine Domem, che definisce il livello inanimato della creazione: la pietra. Nella gerarchia mistica il mondo si divide in quattro stadi forse come i quattro figli, dal più “basso” minerale (Domem) silenzioso, che non fa domande, per passare poi al vegetale (Tzomeach), animale (Chay) ed infine al parlante (Medaber). Aronne compie un movimento inverso e straordinario: l’essere umano più elevato, colui che è per definizione "parlante", sceglie di farsi discepolo della pietra (Vayddom-domem). Qui emerge un paradosso spirituale che tocca il cuore della nostra capacità espressiva.
