In Parashat VaYechì Yaakov benedice Yosef con parole insolite: “Yosef è al di sopra dell’occhio”. Yaakov benedice anche i suoi figli, Efraim e Menashè, augurando loro di crescere “come i pesci in mezzo alla terra”. I Maestri spiegano che entrambe le espressioni alludono allo stesso concetto: protezione dall’ayin harà, dal malocchio. Cosa accomuna Yosef e la sua discendenza? Il fatto che l’ayin harà non ha potere su di loro. Da qui nasce una domanda essenziale, antica quanto l’uomo: cos’è davvero l’ayin harà, e soprattutto qual è la via della Torah per proteggersene? Amuleti, formule, gesti scaramantici?
La risposta della Torah è sorprendentemente moderna, razionale e mistica allo stesso tempo: la protezione non nasce dalla paura o dalla superstizione, ma da un’azione sottile e molto difficile ai nostri giorni in cui tutto è necessariamente pubblicato: la trasformazione dello sguardo. Non combattendo l’ayin harà direttamente, bensì coltivando il suo contrario: Ayin tovah, l’occhio buono. I Maestri sono drastici. Rabbi Yehoshua insegna che l’ayin harà non danneggia solo l’altro, ma prima di tutto chi lo possiede: l’occhio cattivo fa uscire l’uomo dal mondo (Pirkei Avot 2:11). Non è magia: è una legge dell’anima. Chi guarda con invidia, confronto e risentimento si consuma dall’interno. La gelosia brucia energie, oscura la gioia della propria parte e indebolisce la lucidità.
