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Cultura ebraica a tutto campo

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Author page: Marco Del Monte

Vayakhèl-Pekudè. Dalla statiticità alla stabilità

Le Parashot di Vayakhel e Pekude chiudono il libro dell'Esodo con una minuziosità che potrebbe apparire puramente tecnica. Eppure, dietro il bilancio dettagliato di ogni materiale usato per il Mishkan, si cela un trattato di psicologia spirituale sulla natura del giudizio umano. Il testo ci informa che Moshe presentò un rendiconto completo di quanto raccolto; un atto che, secondo il Midrash, fu reso necessario dai mormorii del popolo che proiettava su di lui la propria avidità non risolta. Questo sospetto illustra il principio talmudico: "Kol haposel, bemumò posel" — chiunque squalifica il prossimo (costantemente), lo fa proiettando il proprio difetto (Kiddushin 70a).

Questa dinamica proiettiva trova un riscontro affascinante nella radice del verbo squalificare (posel), identica a quella di idolo o statua (pesel). Quando giudichiamo categoricamente qualcuno, lo trasformiamo in un’immagine statica e immobile, proprio come la moglie di Lot, perennemente immobile nella contemplazione della scena “distruttiva”, divenne una "statua di sale. Qui il sale assume un significato ambivalente. Nella pratica rituale, il sale serve a estrarre il sangue dalla carne, poiché "il sangue è la vita, l’anima". Se usato nel giudizio, il sale "toglie la vita" all'altro, sottraendogli la dinamicità e l'anima, lasciando dietro di sé solo un pesel-immagine inanimata, un'etichetta senza spirito. È quello che Daniel Kahneman definirebbe un bias, un’euristica, ovvero una scorciatoia mentale che immobilizza l'altro in una definizione fissa per risparmiare risorse cognitive: è molto più semplice definire una persona una volta per tutte, che rimettere in discussione ogni momento la sua immagine, potremmo dire che è una strategia contro la possibilità di cambiamento, un “Anti-Teshuvà”.

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