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Cultura ebraica a tutto campo

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Author page: Marco Del Monte

Chukkàt. La rigidità mentale di Moshè

Nella Parashat Chukkat assistiamo a un cortocircuito comunicativo e di leadership drammatico, che racchiude il segreto dell'adattabilità umana. Il popolo si trova nel deserto, stremato dalla sete, e D-o comanda a Moshé di prendere il bastone e di parlare alla roccia davanti ai loro occhi affinché essa doni la sua acqua. Moshé, tuttavia, preso dall'urgenza, impugna il bastone e batte la roccia due volte. I nostri commentatori notano un dettaglio linguistico immenso che rivela l'origine dell'errore: tempo prima, a Rephidim, D-o aveva ordinato a Moshé di battere la roccia usando il termine Tzur, che indica una pietra dura, ruvida e refrattaria. In questo secondo episodio, invece, la Torah utilizza il termine Sela, che descrive una roccia più elevata, fessurata e intrinsecamente sensibile.

Si applica in quel momento una risposta rigida e identica, a due situazioni e a due entità completamente diverse, non cogliendo la variabilità del contesto e la metamorfosi profonda avvenuta nell’ interlocutore. Questo errore introduce una riflessione psicologica e relazionale che il Re Salomone esprime nei Proverbi attraverso due versetti consecutivi e apparentemente contraddittori, dove prima afferma di non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza e subito dopo comanda di rispondergli secondo la sua stoltezza (Mishlei 26:4-5). La Ghemara risolve questo paradosso spiegando che non vi è contraddizione, poiché il dovere di rispondere si applica alle questioni di Torah e di ricerca della verità, mentre il divieto di rispondere riguarda le provocazioni e le dispute mondane (Talmud Bavli, Shabbat 30b). Da questo principio la pedagogia rabbinica ha estratto la regola aurea secondo cui non bisogna rispondere semplicemente alla domanda, ma al “domandante” implicando tutta una serie di contestualizzazioni specifiche del caso.

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