Ci sono momenti in cui la Torah ci costringe a guardare dentro il sacro stesso, oltre la superficie della norma. Parashat Tetzavvè è la porzione dei Sacerdoti: “Farai vesti sacre… per onore e per splendore”. Ma attenzione, i Bigdei Kehunà, gli abiti sacerdotali, non sono semplice decorazione: senza di essi il servizio è invalido (Zevachim 17b). L’abito qui non è estetica, è funzione. Il sacro ha una forma precisa, meticolosa, dettagliata, e ogni elemento dell’abito andava ad espiare un peccato specifico. Eppure, proprio mentre la Torah ci insegna la precisione assoluta del sacro, Shabbat Zachor ci mette in guardia dal suo potenziale svuotamento. Nella Megillat Esther, il Midrash racconta che Achashverosh indossò proprio gli abiti del Kohen Gadol al suo banchetto: la parola Chur ha nel rotolo una lettera Chet più grande, il cui valore numerico è 8, come gli otto abiti sacerdotali. Il Talmud insegna che la colpa fatale del popolo fu l’aver partecipato con compiacimento a quel banchetto. Eppure il cibo, secondo diverse tradizioni midrashiche, era Kasher Lemehadrin. Era meticoloso, regolare, forse perfino supervisionato da Mordechai in persona. E allora qual è il peccato? Qui si rivela un principio tremendo: il sacro può essere usato in due modi opposti. Può sacralizzare o può profanare. La differenza non è nella forma esteriore, ma nell’essenza animatrice.
