Unendo i titoli delle due porzioni della Torah che leggiamo questa settimana, otteniamo un messaggio folgorante: Achare Mot – Kedoshim, ovvero "Dopo la morte, sarete santi". Sembra un paradosso: la santità non dovrebbe riguardare la vita? In realtà, questo titolo congiunto ci suggerisce che l’obiettivo del nostro passaggio terreno è arrivare alla fine del percorso così raffinati in modo che la nostra anima non debba più errare, ma riposare sotto le ali della Shechinà. Nella Parashà incontriamo un verso che è il cuore pulsante dell'intera Torah: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Se scaviamo nelle pieghe del Talmud e della mistica, scopriamo che questo precetto nasconde il vero codice per risolvere l'enigma della nostra esistenza e del perfezionamento dell'anima. Nel Talmud (Pesachim 75a), Rav Nachman pronuncia una frase che a prima vista appare sconvolgente. Discutendo delle leggi sulla pena capitale, egli afferma che il precetto di "amare il prossimo" si applica “Scegliendo per la persona una morte dignitosa". Come può l'amore ridursi a un dettaglio sulla fine della vita? La risposta non riguarda la fine fisica, ma il destino metafisico dell'anima. Per comprendere questo "cerchio che si chiude", dobbiamo guardare a un altro celebre episodio talmudico.
