La Parashà di questa settimana, Parashat Va'era, la seconda Parashà del libro di Shemot, ci porta praticamente subito "all'azione" attraverso l'introduzione alle piaghe che colpirono l'Egitto. Quando sentiamo parlare delle piaghe, l'immaginario collettivo ci fa pensare a potenti eruzioni improvvise del potere divino. La Torà tuttavia insiste sul fatto che queste piaghe non sono una sorpresa, ma sono state predette molto prima che si verificassero.
D-o infatti nel libro di Bereshit riferisce ad Avraham che i suoi discendenti saranno stranieri in terra straniera, oppressi e maltrattati, e che D-o alla fine li redimerà con segni e prodigi (Bereshit 15:13-14). Tra quei segni e prodigi vi sono, appunto, le piaghe. Storia, sofferenza e redenzione sono anticipate molto prima che Moshè si presenti al cospetto del Faraone.
Tuttavia in quella promessa è racchiuso qualcosa di profondamente inquietante. D-o dice ad Avraham, proprio come in seguito dirà a Moshè, che il cuore del Faraone si indurirà. A fronte di questo fatto in tutti noi nasce un certo senso di iniquità, di supposta ingiustizia teologica e morale. Perché il concetto di giustizia, così come lo intendiamo noi che viviamo nel mondo moderno, è fortemente legato e dipendente dal libero arbitrio. Se il Faraone non può scegliere diversamente, se è privato della capacità di fare la cosa giusta, allora che tipo di responsabilità può avere? Che tipo di punizione potrebbe essere giusta per una persona in una posizione come può essere appunto quella del Faraone?
